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Lo sapevi? La Macchina di Santa Rosa a Viterbo

2 anni fa



Sono molto affezionato alla città' di Viterbo perché' ho frequentato per 4 anni l'Università' degli studi della Tuscia e mi sono lauerato in lingue e letterature straniere. Ecco la storia di Rosa, la grande santa di Viterbo e la macchina.

Il 3 settembre è diventato un giorno speciale anche per una viterbese acquisita come me. La tradizione del trasporto della Macchina di Santa Rosa è una delle tante cose di cui la città di Viterbo va fiera; e ogni anno questa tradizione si rinnova e viene portata avanti con grandissimo fervore. Cento uomini grazie alla loro forza e devozione fanno si che ogni viterbese possa ricordare e rendere omaggio a Rosa, la “santa bambina”.

Ma chi era Rosa?

Sono molto affezionato alla città' di Viterbo perché' ho frequentato per 4 anni l'Università' degli studi della Tuscia e mi sono lauerato in lingue e letterature straniere. Ecco la storia di Rosa, la fu già un miracolo. Nei primi decenni del XX secolo, infatti, attraverso diverse ricognizioni sul corpo, si scoprì che Rosa soffriva di una rara malattia. Fu il primo caso di un soggetto nato senza sterno sopravvissuto fino alla seconda decade di vita.
In una Viterbo ghibellina Rosa sosteneva una campagna a favore della Chiesa; questo le valse l’allontanamento dalla città e forse anche il rifiuto da parte della Clarisse di entrare a far parte della loro comunità. Il corpo di Rosa, respinto da vivo, sarebbe rimasto lì da morto.

Il culto di Santa Rosa

A Viterbo il culto di Rosa, da molti considerata santa quando ancora era in vita, ebbe inizio subito dopo la sua morte (6 marzo 1251). Papa Innocenzo IV, con la bolla del 1252, avviava il processo di canonizzazione. La fama di santità crebbe e Callisto III nel 1457 ordinò un nuovo processo canonico; purtroppo la morte del papa fece si che Rosa non verrà mai canonizzata col rito solenne. Il suo nome lo troviamo nell’elenco dei santi dell’edizione del 1583 del Martirologio Romano.

Martirologio dei Santi e dei Beati
Il 4 settembre del 1258 la salma di Rosa, rinvenuta incorrotta, fu traslata a spalla da alcuni cardinali, alla presenza di papa Alessandro IV, nel monastero di San Damiano (attuale chiesa di Santa Rosa) dove tuttora è custodita e venerata. Da questo evento ha origine la tradizione del trasporto della Macchina di Santa Rosa; da più di 800 anni 100 uomini trasportano per le vie di Viterbo una struttura alta 30 m e pesante 5000 kg. Sulla cima della macchina la statua di Rosa veglia sulla città.

La Macchina di Santa Rosa

Il primo modello conosciuto della Macchina di Santa Rosa risale al 1690. Lo schema della struttura, in stile barocco, era molto semplice rispetto a quanto siamo abituati a vedere oggi. Il termine “macchina” deriva dal latino machina per indicare una struttura di un’opera in muratura o di legno. Nel corso del XVIII secolo la Macchina cominciò ad assumere enorme importanza e crebbero anche le sue dimensioni.
Nel corso degli anni il baldacchino venne impreziosito, acquisendo una maggiore complessità e monumentalità; alla fine del XIX secolo la processione era diventata un fenomeno di interesse generale, con un notevole incremento di turisti. Una innovazione importante di carattere organizzativo fu apportata quando si decise di rinnovare la Macchina ogni cinque anziché ogni tre anni. Durante il XX secolo, con la macchina Volo d’angeli, cambia profondamente la concezione della Macchina di Santa Rosa. Si abbandonano le linee neo gotiche a favore di nuove soluzioni e la statua della santa viene liberata da sovrastrutture. Inoltre la composizione rimanda ad architetture tipiche della città, rintracciabili nella “Fontana Grande”. Volo d’angeli, realizzata con un traliccio in ferro, legno e cartapesta e illuminata a fiamma viva, è ancora oggi considerata da molti la Macchina più bella finora ideata. Nel Museo del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa è possibile apprezzare i modelli in scala delle varie macchine.

I Facchini di Santa Rosa

Il vero motore della macchina sono i Facchini di Santa Rosa. La loro divisa è composta da camicia, calzoni, calzettoni bianchi; fascia in vita di colore rosso, fazzoletto bianco legato sul capo e scarponcini neri. Infine lo stemma del Sodalizio che campeggia sulla camicia, sui pantaloni e sugli scarponcini alti per proteggere le caviglie. Il colore bianco simboleggia la purezza di spirito di Santa Rosa; il rosso ricorda invece il colore della veste dei cardinali che per primi traslarono il corpo della santa.
Questo abbigliamento risponde anche a delle necessità pratiche. La fascia rossa è in cotone elastico per irrigidire la schiena e sostenere la zona lombo-sacrale; il fazzoletto bianco serve per assorbire il sudore e non far scivolare il ciuffo. Questo è un cuscinetto in cuoio numerato, in dotazione ai Facchini che occupano le posizioni sottostanti la base della Macchina, che si calza in testa e protegge la zona cervicale dalle travi di portata. Il ciuffo viene indossato seguendo l’ordine “accapezzate il ciuffo!”, scandito dal Capofacchino, alla partenza. Altro elemento simile è la spalletta; usata dai Facchini che occupano le posizioni esterne alla base della Macchina, poiché la sostengono con una sola spalla.
Ogni anno coloro che aspirano a diventare Facchini e quelli che già lo sono devono superare la cosiddetta “prova di portata”. Questa consiste nel trasportare una cassa del peso di 150 kg, per un percorso di circa 90m.

La festa

Alla vigilia del trasporto il centro di Viterbo ospita la processione religiosa ed il corteo storico; l’intento è quello di riproporre l’omaggio che le autorità civili e religiose resero alla santa patrona a partire dal 1512. Il corteo parte dal Santuario di Santa Rosa e attraversa le vie principali del centro fino alla Cattedrale; da lì riparte, dopo le riflessioni del vescovo, per tornare al Santuario. I circa 300 figuranti di cui il corteo si compone indossano abiti in uso nel periodo compreso tra il XIII ed il XIX secolo.
E arriviamo al giorno del trasporto. Dopo un incontro con le autorità e il vescovo i Facchini sfilano per le vie del centro percorrendo il ”giro delle sette chiese”. Uno dei momenti più emozionanti di questo percorso avviene all’interno della chiesa di Santa Maria Liberatrice. Qui i Facchini intonano un canto in onore alla Madonna “Mira il tuo popolo”. Il coro di più di cento voci maschili risuona in maniera toccante, rendendo l’atmosfera da brividi.
La festa di Santa Rosa è fatta anche di “dolci” momenti. I pasticceri della città si sbizzarriscono nella creazione di prodotti che richiamino i protagonisti di questo straordinario evento. Il dolce per eccellenza è sicuramente la rinomata Pagnottella di Santa Rosa. Un pane dolce semplice, fatto con base di noci, nocciole e uvetta, a ricordare quel pane che segnò il primo miracolo della giovane Rosa.

Qualche curiosità…

  • Lo sapevate che l’unica donna Capofacchino della storia fu la vedova del costruttore A. Papini? Nel 1850 la signora Rosa, alla morte del marito, condurrà la Macchina con l’aiuto dei figli.
  • Il termine facchino per alcuni assume un senso dispregiativo (si potrebbero chiamare forse Cavalieri di Santa Rosa?); in realtà indica le qualità di forza e possenza che caratterizzano gli addetti al trasporto. La parola deriva dall’arabo faquih o faquin, che indicava una sorta di legale in materia di contenzioso doganale. La degradazione semantica avvenne nei secoli XIV-XV quando, a causa della grave crisi economica del mondo arabo-islamico, gli antichi funzionari furono costretti a dedicarsi al piccolo commercio di stoffe che trasportavano sulle proprie spalle.
  • Nel 1986 alla fine della salita, sul sagrato della chiesa di Santa Rosa, una sbandata fa piegare Armonia Celeste. Solo l’abilità dei Facchini consente di evitare la tragedia. Questo episodio porta l’organizzazione ad affidare la guida della Macchina al Capofacchino e non più al costruttore.
  • La macchina più alta fu Armonia Celeste, con i suoi 33.90 metri. Probabilmente fu proprio l’altezza eccessiva la causa di alcuni problemi durante il trasporto, il comune fissò a 30 metri la quota massima di altezza.
  • La prima pesata della Macchina fu effettuata il 2 settembre 1987 da una squadra di sottufficiali specialisti del 4° RRALE.
  • I Facchini ciuffi si riconoscono a causa di un callo che presentano sulla noce del collo, formatosi nel tempo dopo anni di esperienza di trasporti.
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Fabrizio

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